Fino ad allora il mondo scientifico, infatti, si era diviso nel sostenere le figure di Alexander Graham Bell e di Antonio Meucci quali primi inventori del telefono. Dopo il riconoscimento americano, quindi, ha prevalso l’opera dell’italo-americano Meucci, ma del vero inventore del telefono - Innocenzo Manzetti di Aosta - non sembra essersi occupato alcuno...
La Consulta e gli eredi della famiglia Manzetti, grazie a documenti inediti, sono in grado di dimostare pubblicamente quella che verso la fine dell’Ottocento fu una truffa colossale ai danni di Manzetti, e forse uno dei primi casi di spionaggio industriale della storia.
Manzetti
inventò il telefono nel 1850 - 21 anni prima del caveat
di Meucci e 26 prima del brevetto di Bell.
Ma il “torto” di questo scienziato è stato quello di essere povero e di
vivere in una città come Aosta, allora isolata dal resto del mondo.
I
documenti, tra le altre cose, non solo testimoniano che Antonio Meucci scrisse
ad un giornale newyorchese riconoscendo
la priorità di Manzetti. Essi dimostrano anche inequivocabilmente che Bell
inviò un suo emissario ad Aosta per acquistare i disegni e i manoscritti
dagli eredi dell’inventore. Questi progetti Bell li fece brevettare a
nome del presidente della sua compagnia, facendoli passare come
“migliorie” all’apparecchio telefonico; un particolare sistema
telefonico che venne sfruttato per anni...
Documenti alla mano, dunque, verrà svelato il falso storico; l’intento è quello di rendere giustizia al vero realizzatore del primo telefono, e di restituire all’Italia questa importante invenzione che ha cambiato per sempre il modo di comunicare.
Queste rivelazioni verranno presentate nell’ambito di CYBERSCOPE 2003, un convegno sulle nuove tecnologie applicate alla comunicazione, che si terrà al Centro Congressi di Saint Vincent il 7 maggio prossimo. Carlo Massarini, ideatore di Mediamente, la trasmissione-culto di RaiEducational, guiderà gli spettatori di questo convegno in forma di set televisivo.
«Sarà un evento innovativo– dice Massarini - che non vuole solo illustrare le sperimentazioni tecnologiche, ma mira soprattutto a renderne comprensibili le applicazioni più friendly, coinvolgendo tutti i presenti, soprattutto giovani e studenti, che potranno dire la loro sul weblog ufficiale dell’evento, all’indirizzo: www.regione.vda.it/cyberscope ».
«La
location – conclude Massarini - non
è casuale: pochi sanno infatti che
la Valle d’Aosta, sotto un’immagine di natura incontaminata, è oggi in
realtà un vero villaggio globale tecnologico: dalla telemedicina, per cui è
possibile effettuare interventi chirurgici e radiografie a distanza, alla
banda larga, che permette di navigare in rete ad alta velocità anche sulle
vette più incontaminate».
In tale occasione, inoltre, la Soprintendenza Regionale ai Beni Culturali presenterà al pubblico per la prima volta l’automa di Manzetti (1840) restaurato, uno straordinario robot dalle fattezze naturali che ancora oggi non smette di strabiliare per le sue caratteristiche di modernità.
L’automa
suonatore di flauto (1840) di Innocenzo Manzetti muoveva le braccia,
si levava il cappello, salutava con voce simile a quella umana e
pronunciava alcune parole. Per mezzo dell’aria compressa che veniva
immessa nel flauto (in ebano) a colpi di lingua, il robot
poteva suonare qualsiasi brano musicale grazie al flauto di cui era
dotato.
Il macchinario funzionava con una carica simile a quella degli orologi e, in un primo tempo, era in grado di suonare dodici arie diverse. In guisa delle pianole meccaniche, il movimento dell’automa si modulava su un programma registrato meccanicamente su un cilindro (una sorta di moderno microchip” i cui circuiti erano rappresentati da piccoli fili di metallo).
Con
una successiva opera di perfezionamento, Manzetti riuscì a far
eseguire al suo automa qualsiasi motivo musicale, mediante il
collegamento diretto della tastiera di un organo (che così veniva
resa muta) alle dita dell’automa.
Senza
dubbio l’automa di Manzetti aveva superato qualitativamente quelli
che erano stati inventati in precedenza. Tra di essi ricordiamo
“l’uomo artificiale” (un suonatore di flauto meccanico)
presentato il 9 agosto 1741 da Jacques de Vaucanson (1709-1782) (4).
L’invenzione
di Manzetti si inserì in un contesto caratterizzato da diverse
sperimentazioni volte a simulare l’apparato fonatorio umano. Oltre a
Vaucanson, infatti, a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento
diversi uomini di scienza si impegnarono in tali ricerche, ma per
raggiungere dei risultati soddisfacenti si dovette attendere fino al
1937, allorché Dudley riuscì a creare un modello realistico
dell’apparato di fonazione dell’uomo.
Questo
è importante per capire fin da subito l’importanza rivestita
dall’automa nell’opera di Manzetti; la sua costruzione infatti
stimolò l’inventore in maniera decisiva ad approfondire le ricerche
sulla trasmissione del suono a distanza, ciò che lo portò in seguito
a realizzare la sua creazione più importante: il telefono.
In pratica l’automa deve essere visto come un mezzo il cui
perfezionamento indusse consequenzialmente Manzetti - nel tentativo di
far parlare il suo uomo artificiale - ad interessarsi al fenomeno
della comunicazione vocale a distanza.
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